La storia del mosaico


Il mosaico nella sua fase embrionale è una delle prime forme artistiche documentate tra le prime civiltà della storia: risalgono infatti al III millennio a.C. le prime testimonianze di decorazioni geometriche di superfici, realizzate con coni di argilla smaltati e inseriti sulla malta fresca. Pietre dure e altri materiali preziosi incastonati e intarsiati, ornavano invece piccoli oggetti e suppellettili vari.

Il mosaico vero e proprio, quello che trova nella “tessera” il suo elemento base, risale all’epoca greco-romana: qui il mosaico interessava, in quanto rivestimento, solo le zone pavimentali di abitazioni e luoghi pubblici, ispirando fortemente con i suoi temi iconografici la pittura contemporanea. I mosaicisti e gli operai addetti a realizzare il progetto musivo lavoravano a “tecnica diretta”, ovvero posavano le tessere tagliate direttamente sul letto di malta preparato, rendendo quindi immediatamente visibile il risultato dell’opera.

Proseguendo lungo la linea del tempo e dell’evoluzione delle esigenze socio-culturali, si osserva che durante l’epoca bizantina e paleocristiana il mosaico passa dal pavimento alla parete, acquistando caratteristiche inedite: i materiali utilizzati non sono più solo quelli naturali, ma si aggiungono paste vitree coloratissime e oro; inoltre, non dovendo più mantenere la superficie liscia dei pavimenti, le tessere iniziano a inclinarsi leggermente, i colori e le luci degli ori vibrano.

Dopo l’evoluzione medievale, il mosaico subisce il freno dell’epoca moderna: dal rinascimento fino all’800 circa l’arte dominante è la pittura, il mosaico diventa un suo imitatore, diventa “pittura per l’eternità”, un modo di far sopravvivere le grandi opere dipinte al degrado del tempo, sfruttando la durevolezza della pietra. Lo scopo del mosaico è quindi essere quanto più simile a un’opera dipinta, ricercando le sfumature delicate, i passaggi di tono e i dettagli preziosi raggiunti dai grandi della pittura; e in questo contesto si sviluppano tecniche musive adatte allo scopo come il micro mosaico di scuola romana, che usa la tessera minutissima come fosse un tratto di pennello.

È solo a partire dalla seconda metà dell’800 che il mosaico prende nuovo vigore grazie alle innovazioni tecniche di Giandomenico Facchina che mette a punto una modalità di lavorazione che sopravviverà fino ad oggi: rovescia l’incollaggio delle tessere, che vengono posate su fogli di carta speciale. Il risultato finale è il mosaico “a rovescio”, diviso in fogli che vengono successivamente applicati sul supporto definitivo. Questa tecnica permette di ottenere una superficie completamente liscia, rinunciando alla vibrazione luminosa caratteristica del mosaico.

Durante il corso del ‘900 il mosaico acquisisce una nuova valenza artistica, arricchendo e esaltando, con cromie e luci inedite, alcune grandi opere del Secolo: Gaudì, Klimt, Severini, Sironi, Campigli, Chagal, Guttuso, Vedova, Niki de Saint-Phalle, si confrontano, nel loro percorso, col mosaico, utilizzato come rivestimento o come decorazione.

Parallelamente, invece, si sviluppa un filone artistico sperimentale che utilizza materiali insoliti, organici e di riciclo, ai quali il mosaico dona una nuova identità.

A partire dagli anni ’80, si riscopre l’uso del mosaico nel design e nella decorazione degli anonimi e comuni oggetti di produzione industriale.

Ad oggi, il mosaico contemporaneo prosegue nella ricerca tecnica, nella sperimentazione di materiali inediti e, sempre di più, caratterizzati da una storia di riuso, affiancando un’indagine artistica e concettuale, che fa riemergere il mosaico dal bagaglio della storia antica e lo rende attuale e moderno.